GALLERIA CHRISTIAN STEINGalleria_Christian_Stein.html

La Galleria Christian Stein presenta un’esposizione personale di Giulio Paolini (Genova, 1940) dal titolo Qui dove sono, riferimento a un’opera in mostra e omaggio alla Galleria Christian Stein, dove Paolini espose per la prima volta oltre cinquant’anni fa, nel 1967, presso la sede di Torino e poi, regolarmente, per tutta la sua carriera, fino all’ultima esposizione nel 2016.


La mostra alla Galleria di Corso Monforte si articola in cinque opere di cui tre realizzate espressamente per l’occasione. Scultura e fotografia, opportunamente elaborate secondo il linguaggio paoliniano, svolgono un racconto intorno al mito, alla classicità e alla storia; le immagini in mostra sono avvolte in una dimensione temporale assoluta, distante dai dati della realtà corrente.


Nell’opera, collocata a centro sala, In volo (Icaro e Ganimede) (2019-2020), il calco in gesso di Ganimede, copia di una scultura in marmo di Benvenuto Cellini (1500-71), è collocato su una alta base. Il giovane trattiene due ali di cartoncino dorato ad evocare il suo volo verso l’Olimpo, il mito di Ganimede si fonda infatti sulla bellezza del giovane di cui Zeus, il re degli dèi, si invaghì, questi lo rapì camuffandosi da aquila e lo condusse sull'Olimpo dove ne fece il suo amato. Al suolo una lastra quadrata trasparente lascia intravedere frammenti di un’immagine fotografica del cielo unitamente alla riproduzione della figura di Icaro tratta dal dipinto Dedalus et Icarus (1799) del pittore francese Charles Paul Landon (1761-1826), inoltre un antico mappamondo è posato sulla lastra di plexiglas a ridosso della base. Sia Ganimede che Icaro sono figure mitologiche legate all’atto del volo, Ganimede ascende verso l’Olimpo, mentre Icaro precipita in mare per essersi troppo avvicinato al sole che ne fonde la cera delle ali. Paolini dichiara a proposito delle due figure: “Due corpi nudi, l’uno precipitato al suolo, l’altro proteso verso l’alto, sono entrambi sospesi nella vertigine del volo (del vuoto). Sono attori volti a impersonare i destini paralleli di due personaggi: Icaro e Ganimede, fine e principio di una idea di Bellezza, di una stessa figura senza nome”.


Sulla parete di fondo Vis-à-vis (Kore), 2020 è composta da due metà del medesimo calco in gesso di una testa ellenistica femminile, una Kore, collocate una di fronte all’altra su due basi addossate ad una tela di grandi dimensioni che reca un disegno in prospettiva tracciato a matita. La tela funge dunque da “quinta teatrale”, da spazio scenico che ospita lo sguardo muto dei due volti. Eco di un modello assente e di un’immagine distante, mitica, il calco in gesso costituisce per Paolini uno strumento privilegiato, afferma infatti l’artista: “lo sguardo fissato in un quadro o in una scultura non si rivolge né all’autore né ad altri, non ammette né uno né molti punti di vista, riflette in sé la domanda sulla sua stessa presenza”.


La parete di sinistra ospita La casa brucia (1987-2004), l’opera si compone di quarantatre collage divisi in un compatto gruppo centrale di quindici e in un’ampia cornice perimetrale di ventotto elementi. In quelli del primo nucleo, la fotografia di un edificio in fiamme è combinata di volta in volta con particolari lacerati di riproduzioni fotografiche di opere o esposizioni precedenti dell’artista. Negli elementi perimetrali, invece, all’immagine dell’incendio si sovrappongono dei frammenti lacerati di fogli di carta usati abitualmente da Paolini (carta bianca, nera, millimetrata, da lucido ecc.). Nell’insieme, la cornice di “materiali” o strumenti preliminari – che annunciano un’opera ancora a venire – racchiude gli echi delle opere compiute e “già viste”.


Le pareti di destra ospitano una serie di collage dal titolo Qui dove sono (2019) che rimanda al luogo di residenza dell’artista, Piazza Vittorio Veneto a Torino, storica piazza porticata di forma rettangolare. La serie presenta varie prospettive tracciate a matita, sovrapposizioni e mise en abyme di immagini di diversa origine quali una riproduzione fotografica dell’atrio di ingresso dell’abitazione dell’artista, di un’antica stampa della Piazza o ancora una foto notturna dello stesso luogo. Alcuni collage presentano una figura di spalle intenta a osservare la Piazza (controfigura dell’artista stesso?), altre esibiscono una finestra prospettica nel punto di fuga. La Piazza diviene dunque il teatro ideale per inscenare rimandi di sguardi, inganni percettivi non privi di un’aura metafisica debitrice delle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico, non a caso evocato da figure presenti in due dei collage esposti.


Infine, tra la parete e la finestra, è collocata l’opera Passatempo (1992-98): su una base sono disposti innumerevoli frammenti di vetro, un ritratto fotografico dell’artista e alcuni frammenti di riproduzioni a colori di motivi astrali; in corrispondenza degli occhiali nel ritratto è posata una clessidra. In Passatempo l’autore guarda attraverso il tempo nel tentativo di cogliere ciò che il suo sguardo e la sua mano non possono rinunciare a inseguire. Frammenti di tempo (il ritratto del 1971), indizi di una dimensione assoluta (l’iconografia astrale), uniti alla clessidra (immobile), suggeriscono il desiderio dell’artista di trattenere l’istante ideale in cui potrebbe affiorare una visione compiuta.


Il progetto rappresenta uno dei due episodi espositivi che vedono Paolini impegnato a Milano nel corso del 2020; infatti la mostra di Giulio Paolini, Qui dove sono, alla galleria Christian Stein era inizialmente prevista ad aprile 2020, in concomitanza con Giulio Paolini. Il mondo nuovo, ospitata negli spazi milanesi di Palazzo Belgioioso alla galleria Massimo De Carlo.

Inoltre, a partire dal 15 ottobre 2020 e fino al 31 gennaio 2021 il Castello di Rivoli ospita mostra di Giulio Paolini, Le chef-d’oeuvre inconnu, in occasione del suo ottantesimo anniversario.


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The Galleria Christian Stein presents a solo exhibition by Giulio Paolini (Genoa, 1940) entitled Qui dove sono (Here Where I Am), a reference to a work in the show and a homage to the Galleria Christian Stein, where Paolini exhibited for the first time over fifty years ago, in 1967, at the branch in Turin, and has continued to do so regularly throughout his career, most recently in 2016.


The exhibition at the gallery on Corso Monforte is made up of five works, three of which were created expressly for the occasion. Sculpture and photography, suitably elaborated in Paolini’s language, tell a story that turns around myth, classical antiquity and history; the images on display are shrouded in an absolute dimension of time, remote from the realities of the present day.


In the work located at the center of the room, In volo (Icaro e Ganimede) (In Flight [Icarus and Ganymede], 2019-20), the plaster cast of Ganymede, copy of a marble sculpture by Benvenuto Cellini (1500-71), stands on a high base. The youth is holding two wings made of gilded cardboard to evoke his flight to Olympus. In fact the myth of Ganymede is founded on the beauty of the young man, to whom Zeus, king of the gods, takes a fancy, abducting him in the form of an eagle and carrying him off to Olympus to be his lover. On the ground a square sheet of transparent material offers glimpses of fragments of a photographic image of the sky together with a reproduction of the figure of Icarus from the picture Daedalus and Icarus (1799) by the French painter Charles Paul Landon (1761-1826). In addition, an antique terrestrial globe has been placed on the sheet of plexiglass near the base. Both Ganymede and Icarus are mythological figures linked to the act of flying: Ganymede ascends to Olympus, while Icarus falls into the sea after coming too close to the sun, which melts the wax of his wings. Paolini says of the two figures: “Two naked bodies, one plummeting to the ground, the other reaching upward, are both suspended in the vertigo of flight (of the void). They are actors playing the part of the parallel fates of two characters: Icarus and Ganymede, end and beginning of an idea of Beauty, of a single nameless figure.”


On the rear wall Vis-à-vis (Kore), 2020 is composed of two halves of the same plaster cast of a Hellenistic female head, a kore, placed one in front of the other on two bases set against a large canvas on which a perspective drawing has been traced in pencil. Thus the canvas acts as a “stage setting,” a theatrical backdrop to the mute gaze of the two faces. Echo of an absent model and of a distant, mythical image, the plaster cast constitutes one of Paolini’s preferred instruments. In fact the artist declares: “the gaze fixed in a picture or a sculpture is not turned on the author or on anyone else. It admits neither one nor many points of view, reflecting in itself the question about its very presence.”


On the left-hand wall hangs La casa brucia (The House Is on Fire, 1987-2004). The work consists of forty-three collages divided into a compact central group of fifteen and an ample external frame of twenty-eight elements. In the ones in the first group, the photograph of a building in flames is combined each time with torn details of photographic reproductions of the artist’s earlier works or exhibitions. In the elements around the perimeter, instead, torn pieces of sheets of paper commonly used by Paolini (white, black, graph, tracing and other kinds of paper) are superimposed on the image of the fire. Taken altogether, the frame of “materials” or preliminary means – announcing a work yet to come – encloses the echoes of works that are finished and “already seen.”


The walls on the right house a series of collages with the title Qui dove sono (Here Where I Am, 2019) that allude to the place where the artist resides, Piazza Vittorio Veneto in Turin, a historic porticoed piazza of rectangular shape. The series presents various perspective drawings in pencil, superimpositions and mises en abyme of images of various origins, such as a photograph of the entrance hall of the artist’s home, an old print of the piazza and a picture of the same place taken at night. Some of the collages present a figure viewed from behind intent on observing the square (a stand-in for the artist himself?), while others have a perspective window at the vanishing point. Thus the piazza becomes an ideal theater in which to stage intersections of gazes, perceptual tricks not without a metaphysical aura that owes a debt to Giorgio de Chirico’s Piazze d’Italia, not coincidentally evoked by figures present in two of the collages on show.


Finally, between the wall and the window, is located the work Passatempo (Pastime, 1992-98): on a base are set innumerable pieces of broken glass, a photographic portrait of the artist and some fragments of color reproductions of astronomical motifs; in the portrait an hourglass has taken the place of the spectacles. In Passatempo the artist looks through time in an attempt to grasp what his gaze and his hand cannot renounce pursuing. Fragments of time (the portrait from 1971), indications of an absolute dimension (the astral iconography), combined with the (motionless) hourglass, suggest the artist’s desire to hang onto the ideal instant in which a finished vision could emerge.


The project represents one of two shows that Paolini will be staging in Milan over the course of 2020; in fact Giulio Paolini’s exhibition Qui dove sono at the Galleria Christian Stein was initially planned for April 2020, in concurrence with Giulio Paolini. Il mondo nuovo, held at the Galleria Massimo De Carlo in Milan’s Palazzo Belgioioso.

In addition, from October 15, 2020, to January 31, 2021, the Castello di Rivoli will be hosting another exhibition by Giulio Paolini, Le chef-d’oeuvre inconnu, on the occasion of his eightieth birthday.